Dei bar e dell'umanità

Pubblicato il 19 Febbraio 2014

Cera un tempo in cui si poteva fumare nei bar.

A pensarci adesso mi sembra assurdo, come quando mio papà mi racconta che quando era giovane si fumava nei cinema.

Invece c’era un tempo così (e non era neppure tanto tempo fa) e un giorno di quel tempo mi trovavo a fare colazione in pasticceria. Al bancone c’era questa distinta signora anziana: capelli argento, chignon, avrà avuto almeno 80 anni. E si fumava una sigarettina. Questo mi ha fatto subito sperare che fosse una me del futuro venuta a dimostrare che 'sta menata del fumo che uccide è una balla  (o forse il messaggio era: non uccide, a patto che tu sia molto elegante). A un certo punto l’anziana signora, con sigarettina, si rivolge alla barista e fa:” un bianchino”.

Ora, sebbene le mie colazioni del week-end possano avvenire in orari molto variabili e prossimi al pranzo, mi sento abbastanza sicura del fatto che tutto ciò accadesse prima di mezzogiorno. Anziana con sigarettina che ordina un bianchino. Di mattina. Io in quel momento ho iniziato a crederci seriamente a quella storia della me del futuro. Quanto meno ho deciso che avrei fatto di tutto per essere quella signora, un giorno. Perché essere anziani che fumano e bevono (intendo ancora vivi) e vanno al bar è davvero un bel progetto. E’ importante avere delle ambizioni. Io ho scelto di essere l’anziana con sigarettina.

Qualcosa di molto simile è successa alla mia amica E. Il mese scorso E viene a Milano (a riprova di ciò che ho scritto nei miei vecchi post, ndC) e, ormai completamente autonoma, si organizza una serata a teatro. Mi raggiunge dopo lo spettacolo, naturalmente in un bar (ci sto lavorando, ho solo problemi con lo chignon). Ha fame, così si allontana con altre amiche verso un altro locali. Dopo un po’ mi telefonano: ”vieni subito, E ha incontrato la se stessa del futuro”. In effetti, quando arrivo, trovo E e le altre amiche sedute ad un tavolino di un bar con questa anzianissima elegantissima truccatissima che sorseggia un drink (ci dice poi essere analcolico, causa coronarie) e che cerca di rubare le loro patatine. Il fatto che io ed E nel futuro siamo entrambe frequentatrici di bar, mi fa capire che la nostra è un’amicizia fondata su basi solide. Sospetto che da qualche parte ci sia anche un vecchio Cretino, che si ingozza di noccioline. Comunque, quando arrivo, penso subito che l'anzianissima sia una vecchia pazza, perciò accetto senza indugio la caramellina che mi porge. Hansel e Gretel non mi hanno insegnato nulla e comunque la gola è gola. Per mia fortuna non era una vecchia pazza. Era la Mariarosa. La Mariarosa è una ottantacinquenne, fidanzata (!) con un sessantenne. Una sorta di toy boy agèe. La Mariarosa è una assidua frequentatrice del locale in cui la troviamo. Va lì tutte le sere, facendo chiusura, mentre il toy (old) boy gioca a carte. Per questo i gestori l’hanno adottata e se la tengono lì fino alle 4 del mattino, quando va bene. Si perché quando dico che fa chiusura, intendo chiusura vera. Roba che io non riesco più a farla neppure se vengo da due settimane alle terme. Lei invece, imperterrita sta lì e fa amicizia con gli altri clienti: dieci minuti sedute lì con la Mariarosa e già ci si scambiavamo pacche sulle spalle coi vicini di tavolo. La Mariarosa ha l'istinto alla socialità e infatti fa anche da PR: “su su, entrate” dice dalla vetrina alla gente che passa in strada. Peccato lo faccia anche alle tre del mattino, quando i gestori vorrebbero pure andare a dormire. Poi, cerca di creare coppie tra gli avventori: ci ha provato anche con le mie amiche, urlando a due giovani al bancone di non stare lì da soli e sedersi ad un tavolo pieno di belle ragazze, finchè davanti al fallimento ha concluso laconica: “son culattoni”. E poi la Mariarosa racconta. Racconta di quando il marito in punto di morte le ha detto di badare a quel bravo giovane (il toy boy per l'appunto), racconta di quando imparava il mestiere di sarta in collegio, racconta del suo cagnolino (una specie di tavolino art decò a quattro gambe, solo molto gonfiato sul ripiano), che era abbandonato e l'ha seguita fino a casa, racconta di quando Silvio (si si..proprio lui) la invita a casa e di quanto è buono "quasi quanto il Duce" (e qui E ha avuto la certezza di essere lei, quella vecchia, nel futuro).

Racconta di tempi lontani e spariti, mentre indugia al bar. Fino all'alba, quando  il fidanza viene a riprenderla, anche lui fresco come a mezzogiorno. Allora, i gestori possono finalmente tirare giù le serrande, sapendo che tra qualche ora lei sarà ancora lì, a godersi l'umanità invece che guardare Chi l'ha visto in tivì.

Cose così accadono solo al bar. C’è forse qualcosa di più bello della vita dell’avventore?

Io dico di no.

Un bianchino, si'l vous plait.

 

Cretina

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Scritto da Cretina

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